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Ode alla Moto Morini 3 1/2

Di Webmaster, 04/08/2011 - agg. 04/08/2011
Ho avuto una Moto Morini 3 1/2 Sport del 1975 dal 1989 al 1995. E non l'ho ancora dimenticata.

Acquistai la mia Treemezzo Sport da un amico che me ne aveva parlato con entusiasmo a partire dal 1983, e che fu costretto a venderla per far spazio ad altre moto, e la rivendei ad un ragazzo veneto che voleva usarla in gare per moto di serie per "speronare qualche Ducati". In quegli anni passati insieme, la mia Morini mi diede tante soddisfazioni e qualche dolore, me ne separai sia per il fatto che le parti in gomma stavano cadendo a pezzi (e anche la trasmissione e l'impianto elettrico), sia per via di una CBR600 che avevo acquistato. Ecco alcuni aneddoti, i primi che mi sono venuti in mente, di quegli anni passati insieme. E qui c'e' la foto di quella moto.

Ogni anno, nel primo fine settimana di giugno, si tiene a Morano sul Po (AL) un raduno di appassionati della Moto Morini cui prendono parte cultori del marchio bolognese provenienti da tutta Europa, e a volte anche dal resto del mondo. Si parla, si mangia, si guardano e ascoltano Morini di serie ed elaborate. Durante un'escursione con sosta in una trattoria, mi trovai ad una tavolata con un gruppo di Morinisti tedeschi. Spolverai il mio miglior tedesco, e riuscimmo a capirci piuttosto bene. Chiesi ad uno dei tedeschi come mai fosse arrivato ad un raduno Morini con una Suzuki GS450 - peraltro bella nella sua carenatura aftermarket - e lui, con maglietta Morini e altri gadget Morini addosso, rispose che di Moto Morini ne aveva tre a casa, in Germania, ma che erano tutte guaste e che era quindi stato costretto a prendere in prestito la prima moto che aveva trovato, per prendere parte al raduno.

La ciclistica della Moto Morini 3 1/2 Sport era considerata eccellente, tra le tante testimonianze sentite c'e' quella di un amico che, col suo Morini 350, riusciva abitualmente a tenere dietro, su strade di montagna, un altro amico dotato di Suzuki RG500 Gamma.

Neppure telaio e sospensioni eccellenti sono sufficienti a contrastare un'avversario differente: la forza di madre natura.
Ero in Scozia, con la Morini carica di bagagli: borsa da serbatoio, due valigie laterali, un bauletto, la triade tenda/sacco a pelo/materassino autogonfiabile sul sedile del passeggero. E' una giornata di sole, lievemente ventosa, e sto guidando a cento all'ora verso nord, su una strada rettilinea e in piano che costeggia il mare. All'improvviso la ruota davanti ha uno spasmo, il manubrio scuote a destra e a sinistra. Poi passa, la moto si ricompone; rallento e mi fermo davanti al castello di Dunrobin, un po' per controllare se ruote e sospensioni sono a posto, un po' per far passare il batticuore, un po' perche' e' un gran bel castello.
Sara' stata solo una folata di vento piu' violenta delle precedenti, a farmi sbandare in rettilineo.

L'affidabilita' del Treemezzo e' un tema piu' controverso. Il proprietario precedente della mia moto ruppe l'albero motore, e fece rimpiazzare l'intero motore con quello del Morini K2; l'intera mia esperienza in fatto di Morini 350 e' quindi basata su questa MotoFrankenstein, a cui, di mio, aggiunsi sella turistica, manubrio alto, cupolino e telaio Krauser per borse laterali. Salvo poi rimuovere il tutto per qualche mese, ogni anno, per usare il Treemezzo cosi' come era concepito, con sella quasi monoposto, mezzi manubri e zero orpelli (cosi', insomma). La rottura all'albero motore subita dall'amico non mi preoccupo' piu' di tanto: era uno smanettone, e se ben ricordo mi racconto' di impennate, forse addirittura d'impennate in sesta, fatte col Treemezzo.

La mia sensazione e' che il motore, un bicilindrico a V di 72° da 344cc, con cambio a sei marce, capace di produrre 35 CV, fosse un capolavoro. Ne' il Morini 500, ne' il 250 (e tantomeno il 125), tutti derivati dal 350cc del Treemezzo, erano motori altrettanto riusciti. E se 35 CV non sembrano tanti, non erano comunque tante le moto altrettanto potenti, quando la Moto Morini presento' il suo capolavoro, nei primi anni settanta.

Ed era affidabile.
Sono in montagna in Val Pellice, in Piemonte. Parcheggio la Treemezzo sull'ultimo pianoro prima della neve, e mi dirigo verso il rifugio Barbara Lowrie. Rimango li' quattro giorni, dormo nella sezione invernale tre notti, e non incontro esseri umani. Il quarto giorno inizio la discesa; arrivo alla moto ed e' coperta di neve, come la strada. La abbandono, e torno a riprenderla una settimana dopo. La neve che celava la moto ha appena finito di sciogliersi, la strada di montagna e' coperta d'acqua e ci sono ancora cumuli di neve qua e la' sull'asfalto; preparo il pedale dell'avviamento, scalcio, e la moto parte al secondo colpo. Torno a casa senza problemi.

La sua affidabilita' si dimostro' utile anche all'estero, nel corso di viaggi piu' lunghi. Orcadi, 1990. Ho passato cinque giorni sull'isola principale, in un ostello nel villaggio di Evie. Unico ospite, e visto che e' un ostello autogestito e molto economico, sul lato di una collina popolata da turbine eoliche e pecore mannare. Oggi e' venerdi', e mi preparo a tornare a casa, a Torino. Al porto di Stromness, in attesa del traghetto verso sud per Scrabster, c'e' una comitiva di motociclisti italiani con la moto turistica per eccellenza, la BMW. Stanno tornando a casa dalle Shetland, l'arcipelago a nord delle Orcadi. Faccio due conti, e vedo che le moto con cui viaggiano non sono sufficienti per tutta la comitiva, saranno state tre moto per otto-dieci persone. Poi capisco. Due delle loro moto sono su un carro attrezzi. Sono stati lasciati a piedi da una moto che faceva dell'affidabilita' - e dell'esclusivita' - il proprio vanto principale. E la mia modesta Morini, ex purosangue diventato cavallo da tiro, che ha dormito tutte le notti all'aperto in questa fredda isola scozzese, non ha perso un colpo per tutto il viaggio.

Ma come per tutti i prodotti della tecnologia, neanche il Treemezzo era immune dai guasti.

Sono fermo ad un semaforo, a Chivasso (TO). Il semaforo diventa verde, accelero e rilascio la frizione. Il motore va su di giri, poi si spegne, e rifiuta di riavviarsi. Spingo la moto fino a casa con l'aiuto di un amico, poi un altro amico viene a recuperare me e la moto col suo furgone. Ci sono stati momenti in cui l'ho amata di piu', la mia Treemezzo.
Nei giorni successivi, a casa, raccolgo informazioni - senza Internet, era il 1991 - e capisco che e' partita la cinghia della distribuzione. Contatto un meccanico, che mi fa un preventivo di alcuni milioni di lire, perche' "ci saranno da cambiare le valvole, il cilindro sara' anche quello da sostituire, i pistoni sono stati probabilmente danneggiati dall'impatto con le valvole ... non so neppure se ti conviene ripararla o tenerla li' per ricambi". Leggo un po' di piu', parlo con un altro meccanico, mi informo, e mi viene il dubbio che l'unica parte danneggiata possa essere proprio la cinghia di distribuzione: la Morini usava testate Heron, con la camera di combustione ricavata nel cielo del pistone (che quindi era concavo) anziche' nella testata del motore, e questa soluzione sembrava fatta apposta, secondo alcuni, per evitare incontri sconsiderati tra valvole e cilindri. Un'ottima idea. Dopo aver trovato una cinghia originale Morini in un negozio di Asti, gli strumenti necessari per sostituirla, e il tempo da dedicare all'operazione, la moto parte al primo tentativo, con un costo complessivo pari a un decimo del preventivo che avevo ricevuto. Non ci sono stati molti momenti in cui l'ho amata di piu', la mia Treemezzo.

Argomenti: Moto Morini, tecnologia
Data: 04/08/2011 alle 12:26
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